
All images credits: Photo by Alessandro Gattuso
vi sono momenti nei quali l’arte smette di essere soltanto immagine,
momenti nei quali il colore si fa memoria, la materia diviene racconto e il silenzio stesso sembra trasformarsi in voce.
E forse, questo è, uno di quei momenti.
Un’ opera che desidera essere insieme memoria storica, ricerca artistica, devozione spirituale e testimonianza culturale,
nata non soltanto per essere osservata, ma per essere interrogata,
che pone una domanda antica, profonda, universale:
Chi era davvero Francesco d’Assisi?
Chi era quell’uomo capace di parlare agli ultimi, ai dimenticati, al dolore umano, ma anche al vento, agli alberi, agli animali, agli uccelli del cielo?
Chi era quell’uomo che riuscì a chiamare fratello il sole, trasformando la semplicità in una delle più alte forme di spiritualità che la storia abbia conosciuto?
Nel realizzare questo Palio ho sentito profondamente il peso e al tempo stesso il privilegio di confrontarmi con una figura che non appartiene soltanto alla fede o alla storia dell’arte, ma al patrimonio spirituale dell’intera umanità.
La Predica agli Uccelli rappresenta infatti uno degli episodi più alti e simbolicamente potenti della tradizione francescana.
Non soltanto un racconto tramandato dalle fonti agiografiche, ma una vera visione del mondo: L’idea che tutta la creazione viva in armonia, che ogni essere abbia dignità, che l’essere umano non domini il creato, ma ne sia parte, che lo preservi, lo migliori.
Per questo motivo, il tema ha attraversato i secoli della pittura.
V’è da notare che nessuno mai, prima di San Francesco, aveva ricevuto le stigmate, i grandi maestri medievali, a partire dal Cimabue, “Nella Maestà di Assisi” – Basilica Inferiore di Assisi. Ritoccato nel XIV secolo dalla bottega di Giotto, ridipinto nel 1587 forse da Guido di Gubbio.
Nel 1872 – 74 fu restaurato da Guglielmo Botti praticando uno di quegli abbellimenti neogotici in voga all’epoca, infine nel 1973 dall’Istituto centrale del restauro di Roma.
Giotto, negli affreschi dovette creare ex novo modelli e figure, attingendo solo in parte ai modelli di pittori che si erano già cimentati in episodi francescani su tavola ( Come Bonaventura Berlinghieri, o, il Maestro del San Francesco Bardi, ovvero Coppo di Marcovaldo, una delle figure più eminenti della pittura toscana iconografica del XIII secolo ).

Molti hanno cercato di restituire l’essenza spirituale del Santo. A loro seguirono interpretazioni rinascimentali, barocche e moderne, ognuna capace di raccontare un Francesco differente: il mistico, il penitente, il contemplativo, il predicatore della pace.
Eppure, davanti a questa straordinaria eredità artistica, una domanda è rimasta sospesa nei secoli:
Avevamo davvero visto il volto di Francesco?
La quasi totalità delle immagini che conosciamo è infatti postuma.
Ritratti nati dal ricordo, dalla devozione o dalla libera interpretazione artistica. Volti differenti, talvolta idealizzati, talvolta trasformati dal tempo e dai restauri.
Ed è proprio in questa distanza tra memoria e realtà storica che è nato il cuore più autentico del mio lavoro.
Ho scelto di partire da quello che molti studiosi considerano il più antico e attendibile ritratto di San Francesco realizzato quando egli era ancora in vita:
L’ affresco custodito presso il Sacro Speco del Monastero Benedettino di Subiaco, databile ai primi decenni del XII secolo, eseguito tra il 1223 – 1224 che rappresenta secondo l’iconografia dell’epoca il Santo durante il suo reale passaggio a Subiaco al seguito del Cardinale Ugolino.
Un’immagine semplice.
Essenziale.
Persino austera.
E proprio per questo, straordinariamente potente.

Ho studiato approfonditamente quei tratti somatici, definiti con tratto veloce, apparentemente umili ma intensamente umani: il volto scarno, la struttura dei lineamenti, l’intensità dello sguardo, quella sobria spiritualità che sembra emergere con silenziosa verità dall’affresco del Sacro Speco.
Ho cercato non di immaginare Francesco.
Ma, forse, … di ascoltarlo.
Di restituire, con il massimo rispetto possibile verso la storia e verso l’arte, una sembianza che potesse avvicinarsi a quella reale.
E se davvero quell’antico ritratto di Subiaco conserva qualcosa della sua autentica fisionomia — come autorevoli studi sembrano suggerire — allora questa opera potrebbe rappresentare qualcosa di particolarmente significativo,
un umile tentativo di riportare alla contemporaneità il possibile volto reale di San Francesco di Assisi.
Non un Santo idealizzato.
Non una figura immaginata.
Ma un uomo.

Un uomo capace, proprio nella sua fragile umanità, di diventare universale.
Attorno a questa figura si sviluppa poi l’intero linguaggio simbolico del dipinto.
Nel cielo, due angeli, presenze silenziose, quasi custodi spirituali del messaggio francescano.
Al centro dell’opera compare un’antica iscrizione latina del Santo che ricorda come il Creatore abbia concesso agli uccelli la purezza dell’aria.
Un pensiero semplice.
Ma profondissimo.
Perché Francesco ci insegna che nessuna creatura è piccola agli occhi di Dio, e che la meraviglia del mondo si rivela soprattutto nelle cose apparentemente più semplici.
Nel prato fiorito, si dispiega la vita.
Molteplici specie di uccelli popolano la scena: Alcuni librati in volo, altri raccolti nella quiete della predicazione, ascoltano gioiosi, altri ancora posati sulla spalla e nella mano del Santo.
Non vi è timore.
Non vi è distanza.
Vi è fiducia.
Quasi un linguaggio invisibile tra uomo e natura.
Alle spalle del Santo, un grande sole domina la composizione, evocando idealmente il Cantico delle Creature e la luce universale del creato,
quella fraternità cosmica che Francesco seppe riconoscere in ogni elemento della natura.
Quel sole non è soltanto una presenza pittorica.
È simbolo di vita, di equilibrio, di responsabilità.
Francesco lo chiamava Frate Sole, riconoscendo nella natura non qualcosa da possedere o consumare, ma una realtà da amare, custodire e rispettare.
E forse oggi, più che mai, questo messaggio torna ad interrogarci con straordinaria urgenza.
Viviamo un tempo nel quale il nostro pianeta manifesta ferite sempre più evidenti: Il mutamento climatico, gli squilibri ambientali, il progressivo impoverimento degli ecosistemi ci ricordano quanto fragile sia quell’armonia che troppo spesso abbiamo dato per scontata.
Dinanzi a tutto questo, il pensiero francescano appare sorprendentemente contemporaneo.
Perché Francesco ci insegna che non può esistere pace tra gli uomini se prima non impariamo a ristabilire un rapporto di rispetto con il creato.
La Terra non è un’eredità da consumare, ma una responsabilità da consegnare intatta alle generazioni future.
E allora quel sole alle spalle del Santo sembra quasi volerci ricordare qualcosa di essenziale: che amare la nostra casa significa anche proteggerla.
Proteggerne i cieli, le acque, gli alberi, gli animali, la bellezza fragile e irripetibile.
Forse, oggi, la più autentica forma di modernità consiste proprio nell’imparare nuovamente il rispetto.
Sul lato dell’opera appare inoltre, come custodito in una memoria sospesa, il borgo umbro di Bevagna, luogo profondamente legato a Francesco ed alla tradizione della predicazione agli uccelli.
Un albero fiorito accompagna lo sguardo verso le dolci colline umbre ove si scorge un fiume appena accennato in lontananza, quasi un respiro lieve del paesaggio francescano.
La figura del Santo rappresentata con la tonsura, in quel tempo un radicale atto di umiltà, penitenza e totale rinuncia alle vanità terrene, conferendo dinamismo e intensità narrativa alla scena, mentre la tunica, nelle tonalità tra il violetto e il marrone, si ispira volutamente a una sensibilità e tecnicismo classico fiammingo, nella ricerca della luce, della profondità e della materia pittorica.
Nella Vita beati Francisci (Comunemente nota come Vita Prima), postuma, composta da Tommaso da Celano tra il 1228 e l’inizio del 1229 su mandato di papa Gregorio IX,
la menzione di occhi “Di misura normale” e limpidi crea un forte contrasto storico-critico con le reali condizioni di salute degli ultimi anni di Francesco.
Come attestato dalle stesse fonti (E dallo stesso Celano in capitoli successivi), il Santo soffriva di una grave forma di oftalmia purulenta che lo aveva reso quasi completamente cieco e intollerante alla luce.
La scelta di descriverlo con occhi sani e neri nella ritrattistica postuma risponde alla necessità di trasmettere l’immagine del Christus typus (L’alter Christus) nella sua pienezza spirituale, prima del decadimento fisico della malattia.
La tesi più accreditata dagli storici della medicina indica che Francesco abbia contratto il tracoma (Storicamente noto come Morbo Egyptiaco) nel 1219, durante il suo viaggio in Egitto e in Terra Santa,
La situazione del Santo fu tragicamente aggravata dai tentativi di cura dei medici medievali.
Per tentare di alleviare le sue sofferenze, Francesco fu sottoposto al cauterio: I medici gli applicarono un ferro rovente sulle tempie e sulle guance per “Bruciare” le vene e bloccare il flusso di umori maligni verso gli occhi.
Questo intervento, oltre a causargli dolori atroci, non fece che accelerare la distruzione dei tessuti oculari facendogli perdere del tutto la vista.
Ho ritenuto quindi di ritrarlo ancor più fedelmente nel suo sguardo dolce e severo in una fusione realistica tra la rifrangenza della luce blu, patologia e splendore dell’anima.
Infine, nella parte inferiore del dipinto, secondo una semplicità volutamente ispirata alla tradizione amanuense medievale, trovano posto la firma accompagnata dal solenne Pinxit e la dedica del Palio alla splendida cittadina umbra di Bevagna: “Mevaniae “, quale segno di appartenenza e memoria condivisa.
Forse il significato più profondo di quest’opera non risiede soltanto in ciò che essa mostra.
Ma in ciò che essa tenta di ricordarci.

Viviamo tempi veloci.
Tempi spesso rumorosi.
Tempi nei quali rischiamo di dimenticare il valore dell’ascolto, della contemplazione, dell’essere.
E Francesco, ancora oggi, continua a parlarci.
In un tempo in cui l’umanità sembra smarrire il senso della misura, della fraternità e dell’ascolto del creato, il messaggio di Francesco continua a parlare con straordinaria attualità:
Un invito ed un vero inno alla pace, alla semplicità, al rispetto profondo di ogni forma di vita,
a comprendere che la vera grandezza nasce dalla semplicità, dall’umiltà, dalla pace.
Se questo Palio dipinto riuscirà anche soltanto per un momento a suscitare nello sguardo di chi lo osserverà un sentimento di armonia, di memoria, di verità storica e di spiritualità condivisa, allora il suo compito sarà compiuto.
Con deferenza, emozione sincera, profonda gratitudine e con autentico senso di appartenenza alla nostra tradizione, ho realizzato quest’opera
affinché non sia soltanto un’immagine da osservare.
Ma una memoria da custodire.
Un simbolo da tramandare.
E, forse, un volto ritrovato che torna, dopo oltre ottocento anni, a parlarci ancora.
Prefazione dell’artista

Il Palio del Mercato delle Gaite 2026
“San Francesco e la Predica agli Uccelli”
© Alessandro Gattuso 2026